Finora vi ho dipinto la Danimarca a tinte molto rosee, non nascondendo la mia approvazione per molte scelte in campo economico e sociale di quaggiù – e molte ne ho ancora in riserva – ma oggi, complice un interessante articolo su “Repubblica” del quale ho trovato eco in altri quotidiani europei, sono costretto a descriverne anche un lato oscuro. L’argomento è la Groenlandia, paese del quale nessuno si interessava fino a qualche anno fa, ma improvvisamente diventato cruciale quando si è scoperto che sotto i suoi ghiacci si trovano immense riserve naturali di grande pregio, tali da suscitare la rapace attenzione, ed i conseguenti spropositi a base di minacce di invasione armata, da parte dell’attuale amministrazione americana.
Ebbene, la Groenlandia è di fatto una colonia danese, conquistata, o per meglio dire usurpata alla popolazione locale (quasi interamente inuit) nel corso dei secoli grazie a scorribande di vichinghi e norreni, ed è stata assegnata alla Danimarca quando si è dissolto l’impero norvegese sotto le spinte indipendentiste, tra gli altri, dei danesi (vi avevo pur detto che qui è scorso molto sangue in passato: la storia del nord Europa è lunga, complessa e oscura).
Le spinte indipendentiste della popolazione locale vanno avanti da molto tempo, ed i rapporti con la madrepatria sono stati spesso molto tesi, non di rado contrassegnati da accuse di razzismo, elemento ben descritto in quel delizioso libro che è “Il senso di Smilla per la neve”. Dal 2008 l’atmosfera si è molto rilassata, dato che la Groenlandia ha acquistato una sostanziale autonomia a seguito di un referendum dal risultato amplissimo: ora il paese è ancora legato alla corona danese, ma quest’ultima ha competenza soltanto nell’ambito della difesa territoriale e della politica estera.
Tuttavia, di tanto in tanto le tensioni riaffiorano: come dicevo è di questi giorni la notizia che ad una ragazza inuit è stata tolta la potestà genitoriale sulla bambina che aveva appena partorito, perché il “test di capacità genitoriale” la aveva rivelata inadatta a crescerla. Tuttavia, tale test è non solo ritenuto illegale in assoluto, ma in particolare è chiaramente specificato dalla legge che non può valere per gli inuit, perché parametrato su persone provenienti da un ambiente sociale e culturale diverso da quello del popolo dei ghiacci. I servizi sociali si sono difesi asserendo che l’età della partoriente (diciotto anni) consigliava in generale prudenza, e che negli ultimi anni la stessa ha vissuto in Danimarca presso genitori affidatari, ma la ragazza ha anche una storia di violenze subite dal patrigno, e quindi la valutazione psicologica non poteva, in ogni caso, essere affidata a quel test. In definitiva, la parola che è immediatamente corsa sulle labbra di tutti è razzismo, ovvero un’accusa di superficialità causata dall’etnia della ragazza, in una situazione complessa che – dicono i detrattori – non si sarebbe vista se la protagonista fosse stata danese di nascita e crescita.
Mi piacerebbe molto approfondire, e lo farò con gli amici di quaggiù.