Ieri ho assistito ad un gustoso siparietto, il quale mi ha offerto lo spunto per la prima parte di queste nugae, o “sciocchezzuole”, utilizzando una comune traduzione di un termine di catulliana memoria (Carme I)[1].
Un membro dello staff, appassionato di lingua russa e capace di parlarlo decentemente, si è impegnato in una conversazione in quella lingua con un addetto alla sicurezza, e un’altra addetta, che assisteva, si è messa a mugugnare che il polacco è più bello del russo!
Può darsi, naturalmente, che ci fossero implicazioni etniche e politiche dietro al commento, e del resto i polacchi hanno motivi antichi di risentimento nei confronti dei russi, a datare da ben prima dei fatti recenti – basti ricordare lo smembramento della nazione dopo lo scellerato patto Molotov-Ribbentrop, ma molti altri esempi più antichi si potrebbero fare – ma mi voglio concentrare qui sul solo aspetto linguistico e letterario, materia che del resto mi appassiona da sempre. Inoltre, io ho un diploma di terzo livello in russo, sebbene molto datato e con pochi ricordi ma confusi: correvano i primi anni ’80 del novecento quando frequentai un corso presso l’associazione Italia-URSS di Pisa.
Ebbene, entrambe le lingue sono di ceppo slavo, anche se di due ramificazioni diverse: orientale il russo, e occidentale il polacco (vi faccio grazia dei sottogruppi, che non sono pochi), ma le divisioni non sono poi così nette, perché il protoslavo è, tra le antiche lingue indo-europee, quella che si è separata in lingue diverse in tempi più moderni di qualunque altra del continente. Si stima, infatti, che la divisione sia iniziata appena 1500 anni fa – niente nella storia – ed arrivata ad una qualche nettezza appena cinquecento anni dopo.
Se dovessimo quindi parlare di DNA delle due lingue, potremmo affermare che la corrispondenza genetica tra le stesse è tale da farle sembrare quasi gemelle, ma in realtà i due popoli, parlando tra di loro, non si capiscono pressoché per nulla, se non intuendo qualche parola qua e là (io acciuffo qualche parola polacca grazie al mio scarso russo, ma si tratta di rara avis). In realtà, la lingua più vicina al polacco è il serbo-croato (ma questa definizione va lasciata ai linguisti: serbi e croati, nel più puro stile nazionalista così amato ai tempi nostri, ci tengono alla separazione dei termini, anche se le differenze sono al massimo quelle che si riscontrerebbero tra l’italiano parlato nella mia natia Pisa e quello di Firenze), mentre per il russo i viciniori sono bielorusso e ucraino. Molto lo fa la pronuncia – il polacco ne ha una davvero peculiare, con tutte quelle sequenze di czys che suonano come incomprensibili sibili serpenteschi – Lord Voldemort avrebbe forse potuto impararlo! – ma in realtà, sebbene siano entrambe lingue declinate come latino e greco, presentano profonde differenze nella struttura della frase, e nella ricchezza del vocabolario.
[1] Cui dono lepidum novum libellum arida modo pumice expolìtum? Corneli, tibi: namque tu solebas meas esse aliquid putare nugas…