Ieri non ho proprio avuto tempo per la consueta “cartolina”:
a dispetto dell’aver iniziato la giornata alle 3.20 – ora antelucana per definizione: prima che ci sia luce – le cose da fare erano troppe, dato che erano in partenza i quarti di finale del Misto e la semifinale dei Senior, le Semifinali A e B di coppie miste e senior, il Board-A-Match e la Swiss Cup.
Tutti questi eventi vanno armonizzati, preparati in termini di movimenti (che possono variare se qualcuno non si presenta), di assegnazione del personale, di scrittura di regole e istruzioni, e così via. Ho uno staff di eccezionale livello, selezionato negli anni, ma il lavoro rimane comunque enorme quando in gioco ci sono centottantacinque tavoli (che diventeranno altri duecentoventi a partire da sabato prossimo).
Vogliate dunque perdonarmi, ed iniziamo con il consueto cappello extra causam, tornando una volta di più sull’argomento più volte escusso: quanto ruota attorno alla vicenda di Auschwitz, all’Olocausto e ad alcuni dei personaggi legati a questa storia, il cui spirito sembra ancora aleggiare da queste parti.
Voglio approfondire oggi la figura di Hannah Arendt, della quale ho letto altro dopo aver divorato il suo La banalità del male. Sono letture molto datate, ma il ricordo che ne ho è ancora abbastanza vivido, e soprattutto mi è ben presente quale sia stata la sua levatura intellettuale. Quando viene definita “scrittrice”, infatti, si commette un grave errore: era una filosofa di formazione accademica di altissimo livello, alla quale venne negata la meritata cattedra universitaria perché colpita nel 1933 dalle restrizioni imposte dalle leggi di Norimberga (leggi razziali antisemite poi copiate dal fascismo nel ’38).
Fu allieva – e amante, per quattro anni – di Martin Heidegger, uno dei massimi filosofi del tempo, e si interessò di storia, politica (famoso il suo saggio sul totalitarismo) e molti altri argomenti, insegnandone alcuni negli USA a livello universitario.