Passione Bridge

Cartoline da Katowice 3/4

25/08/2026

Ieri non ho proprio avuto tempo per la consueta “cartolina”:

 

a dispetto dell’aver iniziato la giornata alle 3.20 – ora antelucana per definizione: prima che ci sia luce – le cose da fare erano troppe, dato che erano in partenza i quarti di finale del Misto e la semifinale dei Senior, le Semifinali A e B di coppie miste e senior, il Board-A-Match e la Swiss Cup.

 

Tutti questi eventi vanno armonizzati, preparati in termini di movimenti (che possono variare se qualcuno non si presenta), di assegnazione del personale, di scrittura di regole e istruzioni, e così via. Ho uno staff di eccezionale livello, selezionato negli anni, ma il lavoro rimane comunque enorme quando in gioco ci sono centottantacinque tavoli (che diventeranno altri duecentoventi a partire da sabato prossimo).

Vogliate dunque perdonarmi, ed iniziamo con il consueto cappello extra causam, tornando una volta di più sull’argomento più volte escusso: quanto ruota attorno alla vicenda di Auschwitz, all’Olocausto e ad alcuni dei personaggi legati a questa storia, il cui spirito sembra ancora aleggiare da queste parti.

 

Voglio approfondire oggi la figura di Hannah Arendt, della quale ho letto altro dopo aver divorato il suo La banalità del male. Sono letture molto datate, ma il ricordo che ne ho è ancora abbastanza vivido, e soprattutto mi è ben presente quale sia stata la sua levatura intellettuale. Quando viene definita “scrittrice”, infatti, si commette un grave errore: era una filosofa di formazione accademica di altissimo livello, alla quale venne negata la meritata cattedra universitaria perché colpita nel 1933 dalle restrizioni imposte dalle leggi di Norimberga (leggi razziali antisemite poi copiate dal fascismo nel ’38).

Fu allieva – e amante, per quattro anni – di Martin Heidegger, uno dei massimi filosofi del tempo, e si interessò di storia, politica (famoso il suo saggio sul totalitarismo) e molti altri argomenti, insegnandone alcuni negli USA a livello universitario.

Proprio la sua relazione con Heidegger è stata spesso al centro di critiche per un motivo particolare: rimase molto delusa quando questi si rivelò un convinto sostenitore del partito nazista, mentre lei in quel momento viveva ancora in Germania in condizioni quanto mai precarie, essendo già stata attenzionata e persino arrestata dalla Gestapo.
Eppure, rimase a tal punto fedele al suo mentore da andare a cercarlo non appena, dopo la guerra, rimise piede nel paese natale, e testimoniò a suo favore nel processo per collaborazionismo che Heidegger dovette affrontare.

Una libera pensatrice a tutto tondo, che fece buon uso dell’educazione completamente laica e socialdemocratica ricevuta in famiglia e in particolare dalla madre, nota attivista politica (ma la laicità della famiglia era ben più datata). Il suo saggio sul totalitarismo – dal quale si distaccò un poco, in seguito – è una riflessione di stampo orwelliano sugli aspetti negativi dello stesso, indipendentemente dalla matrice politica (interessante, tra l’altro, notare come sia Orwell, comunista prima e socialista utopista poi, sia la Arendt stessa criticassero da sinistra: voci del genere non sono mai provenute dalla direzione opposta).

Le critiche, alle quali lei stessa parzialmente aderì in seguito, riguardano la diversa prospettiva dalla quale bisognerebbe guardare la questione (ricordiamo, intanto, che il periodo storico era quello nel quale c’era un blocco sovietico da un lato, mentre dall’altro c’era la fresca memoria dei nazisti tedeschi, dei fascisti italiani e di qualche cespuglio ancora vivo, come la Spagna franchista): se il totalitarismo russo non è strutturale al pensiero marxista, è invece la natura stessa del fascismo, senza il quale non può esistere.

Mi piace ricordare sempre, in questi casi, una frase ripetuta infinite volte da Enrico Berlinguer, e una di queste addirittura di fronte all’intero Comitato Centrale del PCUS a Mosca nel 1978 parlando a capo dei partiti cosiddetti “eurocomunisti”: «Noi siamo liberali».
È ora di parlare di bridge, e lo farò iniziando dal misto a squadre, che ha vissuto ieri i quarti di finale.
Due incontri non hanno riservato grandi drammi, ed in particolare SivyB ha vinto molto agevolmente contro Bulgaria Mixed (ma il margine finale di ben oltre 100 IMP è ingannevole: per due tempi – fino a quando la sponsor dei vincitori è stata in campo – c’è stato equilibrio).
Ha faticato di più Yettik contro Platinum, staccandosi solo nell’ultimo turno, e proprio queste prime due squadre si scontreranno nella semifinale della parte alta.

In basso, però, il dramma è stato assoluto: nell’incontro più difficile da pronosticare di tutti,
Ticket to Ride, squadra che gioca in quattro e senza sponsor, ha avuto la meglio di un singolo IMP su Edmonds, piena di campioni mondiali ma con la sponsor.
E questo è costato caro: un tempo disastroso della stessa e il recupero si è fermato corto di un pelo (due, in realtà: a parità avrebbe comunque vinto Ticket to Ride).
Complimenti ai miei carissimi amici Sabine Auken e Roy Welland, con i quali ho avuto di recente il piacere di giocare, e vincere, il prestigioso German Trophy.

Peggio ancora quanto successo tra Geely Automobile e China 2: hanno vinto i primi solo grazie alla posizione più alta dopo la qualificazione, perché il punteggio finale è stato di 128-128!
Di fatto due squadre cinesi: fratelli, coltelli.

Ha purtroppo perso Giorgio Duboin con Zimmermann nella semifinale dei Senior, e di soli 12 IMP, così come molto combattuta è stata l’altra semifinale, dove Millner ha prevalso su Poland.

Livello stellare: andate a leggervi i nomi dei protagonisti in campo. Oggi la finale vedrà due squadre americane che, nel totale, schierano personaggi come Zia, Rodwell, Levin e Co. A parte gli sponsor, solo fenomeni.
Non troppo bene gli italiani anche nelle altre competizioni, ma oggi è un altro giorno, si vedrà.

Miłego dnia (abbiate una buona giornata)
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