Come sempre faccio, scrivo solo a mente fredda alla conclusione dei campionati – nel caso mondiali, in maniera da lasciare che pensieri ed emozioni si sedimentino.
Non si può non iniziare dalla squadra mista, la quale ha largamente ecceduto le aspettative, almeno sulla carta, dato che presentava una coppia nuova e molto giovane. Quei giovani, però, si sono rivelati una scelta vincente, capaci come sono stati di esprimere talento e di armonizzarsi perfettamente con quella vecchia guardia che già si era tanto distinta in passato, sfiorando a più riprese il colpo grosso.
Proprio questo, del resto, avevo scritto tempo fa, e proprio riferendomi a chi, butler alla mano, criticava i risultati delle singole coppie: una squadra è fatta di tanti fattori, e la tecnica non è necessariamente quello più importante. La chimica di coppia invece, e di squadra, sono fondamentali, e quella è stata perfetta. Lo si è visto nelle grandi reazioni che hanno sempre seguito spaventosi rovesci che potevano azzerare il morale di chiunque, e che invece, nel nostro caso, hanno finito per aumentare impegno e determinazione.
Con la squadra mista è stato possibile, e bravo il capitano a riuscire a fare da collettore e collante, ma non così – e non era la prima volta – è stato con la squadra open, deludente come mai da anni.
E’ vero che il capitano era lo stesso, ma il medesimo non poteva dividersi in quattro. Come a Buenos Aires, dove la conduzione fu pessima, improntata alla lamentela e al vittimismo, anche qui c’erano tanti problemi da risolvere, e solo un quarto di capitano a disposizione. Scelta scellerata, quindi, quella di non mandare un responsabile ad hoc, anche perché lo stato di deterioramento di una delle coppie era ben noto, e si sa che queste componenti sfociano non di rado in uno scollamento tra i componenti della formazione.
La batosta con il Belgio rimarrà purtroppo negli annali, ma speriamo sia servita di lezione.