Come avrete notato, a un certo punto ho dovuto arrendermi e lasciar perdere le consuete cartoline giornaliere.
Il lavoro, qui in Polonia, mi ha travolto più che in ogni altra edizione precedente, ed è stato semplicemente impossibile ritagliarmi anche solo il tempo per scrivere due righe alla sera. Ma chi è causa del suo mal pianga sé stesso, si dice: e in effetti sono stato proprio io a inventarmi i criteri organizzativi di questa kermesse mondiale, quindi di lamentarmi non ne ho proprio il diritto.
E qui, come spesso mi capita, il pensiero corre ai miei amati studi classici — un vizio dal quale non riesco proprio a liberarmi, nemmeno nel bel mezzo di un campionato del mondo. Mi torna in mente, in particolare, un celeberrimo frammento di Archiloco, sul quale un giorno varrebbe la pena tornare con calma, magari per discutere anche delle sue diverse interpretazioni:
ἐν δορὶ μέν μοι μᾶζα μεμαγμένη, ἐν δορὶ δ᾽ οἶνος Ἰσμαρικός, πίνω δ᾽ ἐν δορὶ κεκλιμένος.
“Nel legno per me è la focaccia impastata, nel legno il vino di Ismaro, bevo appoggiato/sdraiato sul legno”
Archiloco, va detto, era un soldato di ventura, e nel suo poetare non ha mai risparmiato il cinismo — anzi, ne ha sparso a piene mani, quasi fosse un marchio di fabbrica.
Il senso profondo di questi due versi, se proviamo a tirarne le fila, è più o meno questo: è il “legno” (e tra poco vedremo cosa si intenda davvero con questa parola) a procurarmi da mangiare, e dunque non ho motivo di lamentarmi se per farlo devo ritagliarmi il tempo proprio mentre vi sono appoggiato sopra, o addirittura sdraiato.
Quel “legno”, infatti, va letto come una metonimia — qualcosa, cioè, che sta per l’oggetto di cui è fatto — e le interpretazioni più accreditate sono sostanzialmente due: la lancia, oppure la nave.
La prima è quella che mi fu proposta al primo anno di liceo, e non a caso il frammento è tradizionalmente noto proprio come “la lancia”: un’immagine che si sposa bene col mestiere del poeta-soldato. C’è però un problema pratico, che allora nessuno mi fece notare: le lance dell’epoca, fatte di frassino e dunque piuttosto flessibili, si prestavano piuttosto male a fare da appoggio per mangiare o bere. La seconda interpretazione richiede invece un pizzico di immaginazione in più, ma regge meglio alla prova dei fatti: un soldato che, durante le lunghe traversate in mare verso il fronte, si sdraia — e il verbo greco keklimenos rende bene proprio questo gesto — sulla tolda della nave per consumare un pasto frugale, cullato dal moto delle onde.
Frugale, poi, fino a un certo punto: la focaccia di cui parla il poeta era sì quella tipica del rancio militare, fatta d’orzo e piuttosto rozza nella lavorazione, ma qui viene descritta come “ben impastata”; e il vino di Ismaro, dal canto suo, era tutt’altro che un vino qualunque — era anzi un prodotto pregiatissimo, lo stesso, non a caso, che Odisseo offre a Polifemo per farlo cadere ubriaco e poi accecarlo. Sotto la scorza cinica del reduce, insomma, si nasconde una piccola concessione al piacere.
E forse è proprio questo, in fondo, il vero insegnamento del frammento: che è sempre possibile ritagliarsi uno spazio proprio, un momento di tregua, e godere pienamente di quel poco che si ha a disposizione — a patto, però, di essere capaci di apprezzarlo davvero, invece di lasciarselo scivolare addosso senza accorgersene.
Magari avessi avuto anch’io, in questi giorni polacchi, delle focacce ben impastate a portata di mano.
Il vino, quello, lasciamolo pure da parte: quando lavoro non bevo mai, per ragioni piuttosto ovvie che non serve spiegare.
Mi accontento di molto caffè, e già il fatto di sorbirlo seduto alla scrivania, mentre fuori è ancora buio pesto, mi fa sentire un po’ come l’antico soldato appoggiato al suo legno — con la differenza, non da poco, che io per regola non pranzo mai: questione di tempo che manca, prima ancora che di dieta.