Passione Bridge

Cartoline da Katowice – Finale

07/09/2026

Come avrete notato, a un certo punto ho dovuto arrendermi e lasciar perdere le consuete cartoline giornaliere.

 

Il lavoro, qui in Polonia, mi ha travolto più che in ogni altra edizione precedente, ed è stato semplicemente impossibile ritagliarmi anche solo il tempo per scrivere due righe alla sera. Ma chi è causa del suo mal pianga sé stesso, si dice: e in effetti sono stato proprio io a inventarmi i criteri organizzativi di questa kermesse mondiale, quindi di lamentarmi non ne ho proprio il diritto.

 

E qui, come spesso mi capita, il pensiero corre ai miei amati studi classici — un vizio dal quale non riesco proprio a liberarmi, nemmeno nel bel mezzo di un campionato del mondo. Mi torna in mente, in particolare, un celeberrimo frammento di Archiloco, sul quale un giorno varrebbe la pena tornare con calma, magari per discutere anche delle sue diverse interpretazioni:

 

ἐν δορὶ μέν μοι μᾶζα μεμαγμένη, ἐν δορὶ δ᾽ οἶνος Ἰσμαρικός, πίνω δ᾽ ἐν δορὶ κεκλιμένος.

“Nel legno per me è la focaccia impastata, nel legno il vino di Ismaro, bevo appoggiato/sdraiato sul legno”

 

Archiloco, va detto, era un soldato di ventura, e nel suo poetare non ha mai risparmiato il cinismo — anzi, ne ha sparso a piene mani, quasi fosse un marchio di fabbrica.

Il senso profondo di questi due versi, se proviamo a tirarne le fila, è più o meno questo: è il “legno” (e tra poco vedremo cosa si intenda davvero con questa parola) a procurarmi da mangiare, e dunque non ho motivo di lamentarmi se per farlo devo ritagliarmi il tempo proprio mentre vi sono appoggiato sopra, o addirittura sdraiato.

 

Quel “legno”, infatti, va letto come una metonimia — qualcosa, cioè, che sta per l’oggetto di cui è fatto — e le interpretazioni più accreditate sono sostanzialmente due: la lancia, oppure la nave.

La prima è quella che mi fu proposta al primo anno di liceo, e non a caso il frammento è tradizionalmente noto proprio come “la lancia”: un’immagine che si sposa bene col mestiere del poeta-soldato. C’è però un problema pratico, che allora nessuno mi fece notare: le lance dell’epoca, fatte di frassino e dunque piuttosto flessibili, si prestavano piuttosto male a fare da appoggio per mangiare o bere. La seconda interpretazione richiede invece un pizzico di immaginazione in più, ma regge meglio alla prova dei fatti: un soldato che, durante le lunghe traversate in mare verso il fronte, si sdraia — e il verbo greco keklimenos rende bene proprio questo gesto — sulla tolda della nave per consumare un pasto frugale, cullato dal moto delle onde.

 

Frugale, poi, fino a un certo punto: la focaccia di cui parla il poeta era sì quella tipica del rancio militare, fatta d’orzo e piuttosto rozza nella lavorazione, ma qui viene descritta come “ben impastata”; e il vino di Ismaro, dal canto suo, era tutt’altro che un vino qualunque — era anzi un prodotto pregiatissimo, lo stesso, non a caso, che Odisseo offre a Polifemo per farlo cadere ubriaco e poi accecarlo. Sotto la scorza cinica del reduce, insomma, si nasconde una piccola concessione al piacere.

 

E forse è proprio questo, in fondo, il vero insegnamento del frammento: che è sempre possibile ritagliarsi uno spazio proprio, un momento di tregua, e godere pienamente di quel poco che si ha a disposizione — a patto, però, di essere capaci di apprezzarlo davvero, invece di lasciarselo scivolare addosso senza accorgersene.

 

Magari avessi avuto anch’io, in questi giorni polacchi, delle focacce ben impastate a portata di mano.

Il vino, quello, lasciamolo pure da parte: quando lavoro non bevo mai, per ragioni piuttosto ovvie che non serve spiegare.

Mi accontento di molto caffè, e già il fatto di sorbirlo seduto alla scrivania, mentre fuori è ancora buio pesto, mi fa sentire un po’ come l’antico soldato appoggiato al suo legno — con la differenza, non da poco, che io per regola non pranzo mai: questione di tempo che manca, prima ancora che di dieta.

Ma cos’è successo davvero, in questi giorni?

A questo punto vale forse la pena spiegare con un po’ più di calma in cosa sia consistito questo campionato, e perché ho più volte usato, per descriverlo, la parola “oberante”.

Fino alle edizioni precedenti, le formule di competizione disponibili erano essenzialmente due: da un lato l’evento principale, che sfociava in una fase a eliminazione diretta — già dal 2014, all’edizione di Sanya, suddivisa in due tabelloni distinti, Misto e Open — e dall’altro, in parallelo, un campionato a coppie riservato a tutti quei giocatori che via via venivano eliminati dal torneo a squadre.

Col passare degli anni, però, si è fatta sempre più evidente una tendenza: un numero crescente di giocatori mostrava poco interesse per la formula a coppie, e questo valeva in particolare per i giocatori sponsorizzati — ormai una fetta impressionante del campo di gara — e per gli sponsor stessi. Al di là delle ragioni più propriamente tecniche (è raro, anche se non del tutto inesistente, vedere uno sponsor giocare in coppia), a pesare sono soprattutto ragioni pratiche, e piuttosto semplici da capire: a coppie viene pagato un solo giocatore, mentre a squadre gli stipendi da coprire diventano cinque.
Fu così che, a Strasburgo nel 2023, in occasione degli Europei EBL, decisi di inaugurare una terza strada, introducendo accanto alle altre due anche un Board-a-Match. L’iniziativa funzionò, e venne quindi confermata anche nelle stagioni successive; mancava, tuttavia, ancora un tassello, perché l’arco temporale che scorre parallelo al KO e al campionato a coppie è di sei giorni — decisamente troppi per un formato come il BAM, pensato per durate più contenute.

Cosa mi sono inventato, dunque, questa volta — e qui va il ringraziamento sentito a tutti i collaboratori che mi hanno aiutato a mettere a punto la formula?
Uno Swiss iniziale, affiancato da un BAM parallelo di soli tre giorni nel Misto, o quattro nell’Open. Il meccanismo, in sostanza, funziona così: chi viene eliminato dal KO può scegliere se proseguire nel torneo a coppie oppure entrare nello Swiss, e chi a sua volta esce di scena dallo Swiss confluisce, a quel punto, nel BAM. E per finire, sia il BAM sia il campionato a coppie hanno le loro Finali B, seguitissime, tanto che negli ultimissimi giorni ci si ritrova con sette eventi diversi in pista, tutti in contemporanea.

Raccontata così, sembra quasi una cosa semplice, quasi ovvia.
Nella pratica, però, definire — e soprattutto gestire giorno per giorno — tutti gli aspetti tecnici, organizzativi e regolamentari, comprese le iscrizioni ai vari eventi, è tutt’altro che banale. Significa avere a che fare, senza soluzione di continuità, con chi si occupa di registrare i giocatori e di assegnarli ai tavoli, sempre nel rispetto di un regolamento che va scritto nero su bianco con estrema precisione, senza lasciare zone d’ombra; con chi allestisce e gestisce i tavoli nei diversi settori di gioco, seguendone l’andamento minuto per minuto; con chi prepara e distribuisce le mani da giocare, in un flusso che non può mai fermarsi. Un lavoro continuo, incalzante, che non lascia tregua né a me né a tutto lo staff che mi affianca — e che coinvolge, quando serve, anche lo staff locale: quello della PBU (Poland Bridge Union) e quello della sede di gara.

A tutto questo si aggiunge, per me, la gestione diretta dei rapporti con i giocatori — sono peggio di Figaro, “tutti mi vogliono, tutti mi cercano”, e tutti finiscono per essere indirizzati a me — e, dietro le quinte, quella con i dirigenti. A differenza di quanto accade altrove, però, qui tutti sanno bene di poter sempre chiedere aiuto, e di ottenerlo; ma sanno altrettanto bene di non poter ottenere favori di alcun tipo, chiunque essi siano. Mi piace ricordare, a questo proposito, come a Riga ne rifiutai uno persino al Presidente della WBF, nella sua veste di presidente della FFB — e lui, va detto, non fece una piega.

Le mie giornate, in questi giorni, iniziavano invariabilmente poco dopo le quattro del mattino, quando il primo pensiero era controllare che non ci fossero messaggi preoccupanti su WhatsApp — i più temuti in assoluto, perché se qualcuno mi scrive in privato è quasi sempre per segnalare un’urgenza, e tutti i giocatori hanno il mio numero — o nella posta elettronica.
E, devo dire, raramente il timore si rivelava infondato. I miei principali collaboratori, dal canto loro, arrivavano in sede di gara già alle sette del mattino, pronti a rimettersi al lavoro.

A tutti loro va il mio ringraziamento più sincero: senza una dedizione e una preparazione di questo livello, sarebbe semplicemente impossibile far scorrere su binari così ben collaudati un evento di queste proporzioni.

Come forse alcuni di voi già sanno, tra questi collaboratori ci sono anche diversi italiani — evidentemente, però, troppo bravi per la FIGB, che per i propri campionati sembra preferire affidarsi a operatori nostrani assai più modesti. (E sì, sono italiano anch’io, almeno stando a quel che dice il passaporto.)
Questa lunga tirata apologetica — ma qualcuno, immagino, si affretterà a bollarla come agiografica — serviva a spiegare l’attesa. È dunque ora, finalmente, di passare a contenuti più strettamente bridgistici.

Partiamo dai numeri: pur non essendo ancora del tutto paragonabili a quelli del secolo scorso — i tempi delle valanghe di appassionati che si muovevano gratuitamente sono ormai finiti, e difficilmente torneranno, visti i costi lievitati di viaggi e soggiorni — c’è stata comunque una ripresa tale da far cadere i record più recenti, e in pressoché ogni competizione. In particolare, le 137 squadre dell’Open non si vedevano dal 2010, quando, a Filadelfia, se ne presentarono 145.
Ottimi anche i numeri a coppie, complice pure la collocazione geografica: la Polonia è una delle tante isole felici del bridge, con una grande tradizione e una crescita costante — noi, dal canto nostro, dobbiamo accontentarci della prima parte, perché alla seconda tocca aggiungere un “de” davanti a “crescita”.

E veniamo alle note dolenti: le squadre con italiani a bordo sono andate tutte piuttosto male, e non si sono nemmeno visti i principali sponsor nazionali — mancavano all’appello Vinci, Bortoletti, De Michelis e Zaleski, tutti presenti in massa lo scorso anno a Poznan.
Non saprei dire il perché, ma confesso che un po’ me ne tormento.

L’unica squadra che si può in qualche modo definire italiana era quella del cosiddetto “progetto Overdeck”, visto che cinque dei sei giocatori che la componevano erano italiani (più il portoghese Antonio Palma); ma anche in questa occasione, come già in passato, non ha brillato granché. Mi piace però ricordare con particolare affetto la squadra di Sergio Bianchi, arrivata comunque al quarto turno della Rosenblum ed entrata in finale nello Swiss — competizione durissima, imbottita di campioni del mondo. Sergio è un appassionato autentico, un signore disinteressato nel senso più pieno del termine: qui ha portato con sé tre giovani israeliani, oltre a Cima e Porta, dando prova ancora una volta di un mecenatismo nel senso più nobile della parola. Chi mi legge da tempo sa che non sono tipo da piaggeria — anzi, sono piuttosto tetragono in questo — e dunque le parole spese qui sono tutte meritate.

Passiamo alla competizione più prestigiosa, la Rosenblum, vinta dalla squadra Fleisher, già affermatasi nella Spingold: Brink e Drijver (scartati da Zimmermann), Bessis-Lorenzini, e Martel insieme allo sponsor. Uno sponsor che, per quanto un po’ troppo incline ai voli pindarici in licitazione, resta comunque un giocatore forte, e questo aiuta parecchio. Per i colori di Fleisher hanno giocato, fino a primavera, anche Sementa e Versace, che pure si erano tolti qualche soddisfazione.
La competizione riservata alle signore, la McConnell Cup, è andata a un’altra grande appassionata, Lynn Baker, insieme al suo gruppo di polacche. La Baker, scienziata di fama, assembla ormai da moltissimi anni squadre di professioniste, raccogliendo però soddisfazioni piuttosto rare: non questa volta, invece. Brava.

A coppie hanno prevalso, per la seconda volta consecutiva — un record — Buras-Lutostanski, che hanno superato all’ultima curva Bakshi-Weinstein (per quest’ultimo si tratta del terzo argento, al quale va aggiunto un oro, quello di Filadelfia 2010, conquistato in coppia con Bobby Levin).
Praticamente sconosciute le cinesi campionesse, e poco più note le turche, arrivate seconde.
Lo Swiss lo ha vinto Silver Surfers, con ben quattro campioni del mondo tra le sue file — e altri diciotto sparsi tra le varie finaliste! — mentre il BAM è finito nelle mani di Deep Finesse: un altro sponsor, affiancato da cinque fenomeni, fermati soltanto in semifinale nella Rosenblum.

A fine ottobre tornerò in Cina, a Qingdao — questa volta, però, per giocare.
Chissà che non riesca a regalarvi qualche cartolina anche da laggiù.


A presto,
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